U2

Quando Paul Hewson (Bono), Dave Evans (The Edge), Adam Clayton e Larry Mullen, allora studenti di un liceo dublinese, si unirono alla fine degli anni ’70 per formare un gruppo rock, sembrava che avessero tutte le carte in regola per non arrivare da nessuna parte. Non sapevano suonare ed erano privi di una qualsivoglia cultura musicale, come migliaia di altri gruppi nati tra i banchi di scuola e poi rapidamente estinti. Il fatto che nel giro di dieci anni siano arrivati ad essere la rockband più popolare del mondo è la conferma di come in questo genere musicale l’intuizione e l’immediatezza espressiva (unite ad una componente di casualità) contino di più rispetto alla preparazione accademica. L’esempio più evidente è quello del chitarrista The Edge: il suo modo di suonare fatto di poche note reiterate ed enfatizzate dal largo uso di echi e riverberi, sviluppato probabilmente per colmare certi limiti tecnici, alla fine si è rivelato come l’elemento di maggiore originalità del gruppo, un timbro sonoro inconfondibile.

 

Gli U2 si collocavano inizialmente nell’universo musicale della cosiddetta new-wave, una derivazione del punk britannico anni ’70. Nel 1981 Bono, Edge e Larry iniziarono a frequentare un movimento cristiano denominato gruppo Shalom, riavvicinandosi alla fede e dedicandosi alla lettura della Bibbia. Questa esperienza religiosa confluì abbondantemente nell’album October, uscito quell’anno. La canzone di apertura s’intitolava Gloria ed aveva il sapore di un inno liturgico rock: Provo a cantare questa canzone/Provo ad alzarmi ma non trovo appoggi/Provo a parlare ma solo in te sono completo/Gloria a te Signore/Gloria, esultate/Oh Signore, libera le mie labbra.

 

L’esperienza spirituale di quel periodo portò i tre ad una vera crisi di coscienza, spingendoli quasi a sciogliere la band. Il disco successivo, War, si concludeva con una canzone tratta dal salmo 40, destinata ad essere la canzone conclusiva di tutti i concerti di quel periodo: Ho atteso con pazienza il Signore/Lui si è chinato e ha ascoltato il mio pianto…

Il brano più noto del disco era però Sunday Bloody Sunday, che parlava di uno degli episodi più tristi della storia recente irlandese, il massacro di tredici civili ad opera di militari britannici, a Derry, nel 1972. Quell’evento è passato alle cronache appunto come il Bloody Sunday (fra l’altro John Lennon aveva scritto una canzone con lo stesso titolo sullo stesso episodio, dieci anni prima). La canzone era un accorato appello alla pace (per quanto ancora dovremo cantare questa canzone?) e si concludeva con un nuovo messaggio cristiano (la vera battaglia è appena iniziata/per esigere quella vittoria che fu di Gesù). C’era probabilmente una dose di idealismo un po’ ingenuo in questa proclamazione entusiastica della fede (d’altra parte i quattro erano poco più che ventenni), ma anche sincerità di sentimenti.

L’anno successivo gli U2 intrapresero la collaborazione con Brian Eno, geniale alchimista del suono, e produssero The Unforgettable Fire, un disco raffinato, che ancora oggi è ritenuto da molti come il migliore della band. La canzone di punta era Pride (In The Name of Love), dedicata a M. L. King: Mattina presto, quattro Aprile/uno sparo echeggia fuori, nel cielo di Memphis/libero alla fine/ti hanno preso la vita/non hanno potuto prendere il tuo orgoglio/nel nome dell’amore.

 

Il sentimento religioso di Bono era correlato ad una spiccata sensibilità sociale: nel 1985 si recò in Etiopia con la moglie e lì lavorò per un po’ di tempo come volontario; successivamente visitò il Guatemala e il Salvador. Quelle esperienze confluirono in buona parte nel disco successivo, The Joshua Tree, che sancì il successo planetario della band. Il titolo allude ad una pianta che cresce nel deserto del sud-ovest americano; furono i primi mormoni giunti nella zona a chiamarla in quel modo (l’albero di Giosuè), per la sua forma che ricorda un uomo con le mani alzate in preghiera, assurgendola a simbolo della raggiunta Terra Promessa. Il titolo e l’immagine in copertina dell’album avevano indubbiamente un forte impatto evocativo, come segno della speranza che spunta in terreni aridi (forse potremmo vederci anche un simbolo cristologico).

Di grande impatto, musicale e lirico, è la prima canzone, Where the streets have no name: Voglio fuggire, voglio nascondermi/voglio abbattere i muri che mi rinchiudono/voglio uscir fuori e toccare la fiamma/dove le strade non hanno nome/Voglio sentire la luce del sole sul mio viso/vedere quella nube di polvere sparire senza lasciare traccia/voglio trovare rifugio dalla velenosa pioggia/dove le strade non hanno nome/ancora costruiamo l’amore per poi bruciarlo/e quando andrò là/ci andrò con te.

Il testo fu scritto da Bono durante il soggiorno in Etiopia e sembra oscillare tra desiderio di fuga e speranza. Il luogo dove le strade non hanno nome è un’altra metafora che si accosta a quella dell’albero del deserto, per indicare una spirituale Terra Promessa. In perfetta continuità si pone la seconda traccia del disco, I Still Haven’t Found What I’m Looking For, un brano al confine tra gospel e rock, che esprime desiderio e ricerca spirituale: Ho scalato le più alte montagne/ho attraversato correndo i campi/solo per stare con te/ho corso, ho strisciato/ho scavalcato questi muri di città/solo per stare con te/ma non ho ancora trovato quello che sto cercando. Nel finale torna un riferimento esplicito a Cristo: Hai strappato le bende/hai sciolto le catene/ha portato la croce e la mia vergogna/sai che ci credo/ma non ho ancora trovato quello che sto cercando.

La certezza della fede qui coesiste con l’incertezza del dubbio, più che nelle verità acquisite essa si esprime attraverso un cammino di ricerca, spesso portato avanti brancolando nel buio, ma alimentato da una speranza come spinta interiore (e qui torniamo al leit motiv del disco). Si tratta di un approccio indubbiamente più maturo rispetto ai primi anni. Un altro brano suggestivo dal punto di vista lirico è la ballata Running to Stand Still che affronta il tema della tossicodipendenza; il dramma si consuma nel grigio scenario della periferia dublinese e solo nel finale viene esplicitato: Lei corre per le strade/con gli occhi arrossati/sotto un nero cappello di nuvole, nella pioggia/ dietro un portone mi offre oro bianco/e perle rubate al mare/è impetuosa e la tempesta esplode nei suoi occhi/soffrirà il gelo dell’ago/sta correndo per restare ferma. L’ossimoro conclusivo è un’espressione perfetta del dramma che si consuma, metafora della disperazione in antitesi col cammino di speranza tracciato dal precedente brano.

 

Nel 1991 uscì Acthung Baby, disco caratterizzato dalle atmosfere cupe e drammatiche, specchio della crisi esistenziale ed artistica attraversata dagli U2. La canzone più famosa è One, un’inquieta ballata d’amore. Bono non manca di attingere nuovamente ad immagini bibliche, come in Until The End of the World, oscura storia di un tradimento, in cui l’ignoto protagonista sembra identificarsi con Giuda Iscariota: L’ultima volta che ci siamo incontrati era in una stanza poco illuminata/eravamo vicini come una dama e un cavaliere/mangiammo il cibo e bevemmo il vino/tutti si divertivano… eccetto te/tu stavi parlando della fine del mondo/…/nel giardino facevo il sarcastico/ti ho baciato le labbra e spezzato il cuore/ti comportavi come se fosse la fine del mondo.

Gli U2 allestirono un tour scenografico e innovativo, una sorta di bombardamento mediatico fatto di suoni e immagini, parodia della società dei consumi. Durante i concerti Bono si travestiva impersonando Mac Phisto, un businessmen vestito da diavolo, e si rivolgeva al pubblico dicendo: “Guardate che cosa avete fatto di me”. Ultimo lampo di genialità per una band che da quel momento in poi si è limitata per lo più a campare di rendita.

   
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