La buona novella - Fabrizio de André

Con “La Buona Novella”, disco uscito nel 1970, De André vuole parlarci del vangelo, quindi della vicenda di Gesù di Nazareth, da un punto di vista del tutto personale e soggettivo, sciolto da schemi convenzionali o confessionali.

La scelta di attingere alla fonte dei Vangeli apocrifi piuttosto che da quelli canonici esprime appunto il rifiuto nei confronti di qualunque restrizione istituzionale, una rivendicazione di autonomia nei confronti di una legge che pretende di stabilire i confini tra ciò che è ortodosso, quindi accettabile, e ciò che non lo è.

Giova ricordare che i cosiddetti vangeli apocrifi non sono altro che quella letteratura sulla vita di Gesù fiorita in un periodo successivo rispetto a quello dei quattro vangeli canonici, letteratura dal carattere spesso popolare, nata nelle comunità cristiane (solo in qualche caso si trattava di comunità eterodosse), protesa a rispondere a quelle domande che non trovavano risposta nei testi più antichi. Successivamente si ritenne necessario definire quali fossero i testi “canonici”, quindi “ispirati”, distinguendoli dagli altri (gli apocrifi, appunto).

Nonostante questo molti degli apocrifi hanno continuato ad ispirare l'arte e la letteratura cristiana, ma anche la devozione popolare.

Il linguaggio musicale scelto dall'autore è quello dolente della ballata, con una pacatezza che trasmette un senso di rassegnazione, e nello stesso tempo lascia risaltare per contrasto la potenza critica e corrosiva dei versi. Nella prima parte del disco De André attinge al racconto sull’infanzia di Maria contenuto nel Protovangelo di Giacomo, che viene però reinterpretato in modo del tutto originale. Secondo questo apocrifo del II secolo i genitori Giovacchino ed Anna, in seguito a un voto fatto a Dio, consegnarono la bambina, all’età di tre anni, ai sacerdoti del tempio, perché fosse consacrata al Signore. Quando ella raggiunse l’adolescenza, dato che le leggi di purità rituale non le consentivano di rimanere in quel luogo sacro, fu trovato l’espediente di darla in sposa ad un uomo vedovo e anziano, il falegname Giuseppe, che la prendesse in casa permettendole di preservare allo stesso tempo la verginità. Nella descrizione di De André tutta la vicenda è riletta in modo critico e pungente: Maria e Giuseppe appaiono come vittime di consuetudini religiose oppressive e immotivate, a partire dall’infanzia derubata “forse fu per bisogno o peggio per buon esempio/presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio (…) Scioglie la neve al sole ritorna l’acqua al mare/il vento e la stagione ritornano a giocare/ma non per te bambina che nel tempio resti china” per giungere al matrimonio combinato e imposto “e quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio/avevi dodici anni e nessuna colpa addosso (…) e si vuol dar marito a chi non lo voleva (…) del corpo di una vergine si fa lotteria (...) E fosti tu Giuseppe un reduce del passato/falegname per forza padre per professione/a vederti assegnata da un destino sgarbato/una figlia di più senza alcuna ragione/ una bimba su cui non avevi intenzione”. Poi, sempre sulla falsariga del racconto apocrifo, è descritto il viaggio di Giuseppe, durante il quale avviene il misterioso concepimento, quindi il ritorno di lui, lo sconcerto, cui segue la spiegazione di lei attraverso il racconto di un sogno: “Il sogno di Maria”, che è fra l’altro uno dei vertici poetici del disco. Dalla maternità, attraverso un salto temporale che scavalca tutta la fase della vita e dell’insegnamento di Gesù, si è proiettati subito nel dramma della crocifissione: “Maria nella bottega del falegname” è la canzone che introduce questa seconda parte.

La “Via della croce” è presentata attraverso lo sguardo di coloro che assistettero all’evento, personaggi a volte ignorati dalle versioni canoniche: i padri dei neonati uccisi da Erode, le vedove, i discepoli, i due ladroni, poi le madri dei tre crocifissi, significativamente messe sullo stesso piano, uguali di fronte al dolore e alla morte. Al centro stanno infatti i sentimenti umani, mentre tutto ciò che è soprannaturale scivola in secondo piano, fino a perdere consistenza. La persona di Gesù non interviene mai, se non come interlocutore immaginario che rimane però muto. Giungiamo a questo punto al brano più noto e più d’impatto del disco: “Il Testamento di Tito”. Anche qui il protagonista non è Gesù, ma uno dei ladroni crocifissi, che passa in rassegna i dieci comandamenti mettendone a nudo l’incompatibilità con l’esperienza umana. La legge di Dio (come ogni altra legge che pretenda di ergersi a valore assoluto) non regge di fronte al paragone con la realtà, è resa vana dalla misera condizione umana segnata dal male, dalla debolezza, dal dolore e dalla morte. L’uomo è troppo impegnato nella dura lotta per la sopravvivenza, troppo segnato da un male che lo precede, prima di essere conseguenza delle sue azioni, per poter obbedire alle richieste di un Dio esigente. Una riflessione sull’inutilità della legge dal sapore quasi paolino, che però non approda alle stesse conclusioni dell’apostolo di Tarso. Paolo vuole abbattere la legge per fare spazio alla grazia di Cristo, Fabrizio la distrugge per liberare l’uomo da un giogo inutile, dal moralismo ipocrita e dalla falsità illusoria di una religiosità di facciata, ma quello che rimane in piedi tra le macerie sembra essere un uomo solo con se stesso, abbandonato ad un destino di sconfitta. Eppure nel finale sembra aprirsi uno spiraglio verso una realtà diversa: “Io nel vedere quest’uomo che muore/madre, io provo dolore./Nella pietà che non cede al rancore/madre, ho imparato l’amore”. Il sacrificio di Gesù allora potrebbe non essere vano, se la grandezza di un amore capace di perdonare gli stessi carnefici ha la capacità di parlare anche all’uomo solo e disilluso. Fin dove può condurre questo amore scoperto nella sua manifestazione estrema? E’ il segno che una via d’uscita dalla disperazione è ancora possibile? De André non risponde, resta solo la profonda suggestione di quei versi che chiudono la penultima canzone del disco. Si giunge così al corale conclusivo, “Laudate hominem”, che fornisce il resoconto dell’intera vicenda: “Non voglio pensarti figlio di Dio/ma figlio dell’uomo, fratello anche mio”. Lo stesso potere che volle la morte del profeta scomodo ne strumentalizzò poi la vicenda divinizzando ciò che era semplicemente ed autenticamente umano, disinnescandone così il potenziale sovversivo (“non s’imita un dio”). Quindi lodate l’uomo Gesù di Nazareth, restituendolo alla sua genuina verità, spogliata da tutte le sovrastrutture mitologiche create dalla Chiesa. Anacronismo storico a parte (il compromesso col potere temporale appartiene alla fase post-costantiniana della Chiesa, mentre la proclamazione della divinità del Cristo avvenne fin dall’inizio, ad opera di una comunità piccola e perseguitata) è chiaro che l’intenzione dell’autore è quella di ricondurre la vicenda di Gesù di Nazareth ad una dimensione essenzialmente e semplicemente umana. Una visione riduttiva? Certamente qualcuno può pensarlo. Eppure nell’ascoltare queste canzoni ci si accorge di come un approccio di questo tipo possa diventare straordinariamente fecondo. De André è uomo degli interrogativi, non delle risposte, ci trattiene sui sentieri tortuosi del dubbio piuttosto che su quelli sicuri della fede, ma ci regala un’intuizione preziosa: se una strada per Dio deve essere cercata, possiamo farlo solo guardando a quell’uomo che muore sulla croce senza cedere al rancore”.

   
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