Vita di Santa Chiara
Il
nome della città di Assisi evoca senza alcun dubbio quello
del suo più illustre cittadino, S. Francesco (1181-1226).
Ma quest'ultimo non potrebbe essere separato da quello di un'altra
assisiate, che gli fu sorella e amica, S. Chiara. Essi condivisero
il medesimo desiderio di seguire radicalmente Gesù Cristo
e di vivere secondo il Vangelo. E diedero i natali alla grande famiglia
francescana.
La vita di Chiara si è svolta tutta intorno ad Assisi e
la sua esperienza di vita religiosa si inserì in un più
vasto movimento del mondo religioso femminile che attraversò
l'Italia e l'Europa. Per cogliere i tratti fondamentali della sua
biografia occorre partire ricordando qualche coordinata di queste
due realtà che hanno avuto un influsso determinante per lo
sviluppo dell'esperienza umana e cristiana di Chiara.
Assisi, nella prima metà del XIII secolo, conobbe le varie
fasi della formazione del libero comune: la lotta intestina tra
"maiores" (nobili) e "minores" (borghesi), la
lotta ai signori feudali circonvicini per l'affermazione della propria
autorità sul contado, la lotta infine con le città
vicine (in particolare Perugia) che ne mettevano in pericolo l'autonomia
politica e la sopravvivenza economica. Questa condizione di guerra
non impediva, d'altra parte, che, proprio in quegli stessi anni,
si realizzasse una crescita demografica ed economica quale non si
era mai verificata nei secoli precedenti. L'affermazione del Comune
segnò una modificazione dei rapporti sociali ed economici
e cominciarono ad affermarsi nuove attività e nuovi ceti:
mercanti, notai, medici, macellai, calzolai, sarti, fornai e così
via.
La famiglia di Chiara, a differenza di quella di Francesco, non
proveniva da questi nuovi ceti emergenti; essa faceva parte di quel
gruppo di "maiores" che combattevano e ostacolavano l'ascesa
dei "minores".
Chiara nacque nel 1193 da Favarone di Offreduccio di Bernardino
e da Ortolana: la casa in cui nacque era la tipica "domus"
aristocratica, situata in una posizione di particolare rilevanza
urbanistica, nei pressi della Chiesa di S. Rufino, nella parte alta
della città. Nella struttura della "domus" aristocratica
vi era uno spazio riservato alle donne: in questa parte della casa,
composta di poche stanze, nelle quali si svolgeva la maggior parte
della giornata, Chiara venne alla luce e visse i primi anni a contatto
quasi esclusivamente con donne. Tra queste quella che certamente
esercitò la maggiore influenza su Chiara bambina fu la madre;
suo padre era spesso assente, e, di fatto, lascia la gestione della
casa alla moglie che diventa centro della famiglia e diretta educatrice
di Chiara e delle altre due figlie Caterina e Beatrice.
Ortolana è donna di preghiera, dedita al lavoro, aperta
alle opere di misericordia anche oltre la cerchia dei vicini; vi
è in lei un'attenzione assidua alla formazione umana e religiosa
della famiglia. La formazione culturale di Chiara come giovane nobil
donna esigeva che imparasse a leggere e a scrivere e a tale scopo
venivano usati, come testi, il Salterio e gli scritti della cultura
cavalleresca, mentre tra i lavori domestici Chiara imparò
a filare e tessere. Il comportamento di Chiara in questo periodo
è descritto con espressioni tipiche del mondo nobile come
"onesto e di buona fama, gentile e cortese". Si nota la
sua vita impegnata soprattutto in un'apertura sempre maggiore verso
le necessità dei poveri. Significativi a questo riguardo
due particolari: il riservare parte del cibo per donarlo ai poveri
e l'indossare, sotto gli abiti nobili, un vestito proprio dei domestici
di casa e della povera gente in genere, a dimostrare la sua intenzione
di vivere da povera benchè figlia della ricca nobiltà.
Insieme alla madre, Chiara, in questo momento, si riconosce in quella
forma di vita praticata, indipendentemente dal voler entrare in
Monastero o in Convento, da molte giovani donne in tutta Europa.
Si tratta di esperienze tra loro molto diversificate, che però
colpiscono lo sguardo perchè sono di tipo nuovo. Infatti
nei primi secoli del medioevo le uniche esperienze religiose femminili
erano di tipo monastico; al contrario nel XII, e nel XIII secolo
soprattutto, si assiste ad un fiorire di esperienze le più
varie possibili: sono esperienze di vita attiva e di vita contemplativa,
di clausura molto stretta e di contatto coi poveri. Le cause di
questo nuovo fermento sono soprattutto due: la prima è la
chiusura dei tradizionali sbocchi di vita religiosa, dal momento
che i Monasteri benedettini non accoglievano più o non accoglievano
più abbastanza. La seconda è la nascita delle città.
Le città infatti pongono problemi religiosi di tipo totalmente
nuovo perchè mettono a contatto ambienti sociali tra loro
diversi, presentano larghi strati di povertà che prima erano
dispersi nella campagna, pongono nuovi problemi di predicazione
e di presenza della Chiesa nei contesti cittadini.
Chiara è profondamente radicata in questa storia del suo
tempo, ne assume le influenze e, quando giunge il momento di operare
una scelta di vita, è lei stessa a dare un'impronta al suo
tempo, ad inaugurare per sé e per molte altre donne che la
seguiranno, un nuovo genere di vita, che prende spunto da questo
fermento che abbiamo visto e dall'incontro, determinante, con Francesco.
A lui Chiara confida la chiamata di Dio e gli chiede aiuto per attuarla
secondo il piano divino: Francesco, ricevuta la "consegna",
la esorta sempre più perchè volga tutta la sua vita,
tutti i moti della sua esistenza, all'amore di Cristo.
E' proprio questo amore che Chiara percepisce attraverso le parole
di Francesco: le si spalanca davanti improvvisa l'intuizione della
gioia eterna, della gioia vera, a confronto della quale tutto il
resto acquista un altro sapore ed un altro posto nella scala dei
valori. Gli incontri tra i due sono tenuti nascosti alla famiglia
di Chiara fino al tempo della decisione di seguire Francesco e fino
alla sua realizzazione la Domenica delle Palme del 1211 o 1212.
Chiara va in Chiesa con le altre nobildonne; durante la distribuzione
delle palme, mentre le altre donne processionalmente si avvicinano
al Vescovo celebrante, Chiara rimane immobile al suo posto; il Vescovo
allora si dirige verso di lei, consegnandole la palma. Il gesto
doveva essere un segnale convenuto tra Chiara, il Vescovo e Francesco
e infatti la notte seguente Chiara fugge dalla casa paterna e scende
nella Chiesa rurale di S. Maria degli Angeli, dove Francesco le
taglia i capelli davanti all' altare della Vergine, la consacra
a Dio e poi la conduce al riparo nel Monastero benedettino di S.
Paolo delle badesse presso Bastia. E' da notare però che
Chiara si presentò dopo aver venduto la sua dote e quindi
fu accolta molto probabilmente a S. Paolo come serviente, come donna
di aiuto al Monastero. Il gesto di Chiara di vendere la sua eredità
per darne il ricavato ai poveri, indica che per lei si trattava
di cambiare condizione di vita, affermando che la propria eredità
apparteneva ai poveri; fare il contrario, e rivenderla ai familiari,
sarebbe stato come negare ai poveri il loro diritto.
Chiara, dunque, si era fatta essa stessa povera, assumendo la
condizione servile e rinunciando alla condizione di nobiltà
del suo casato, della quale avrebbe potuto godere all' interno del
Monastero di S. Paolo. Qui ci fu la prima reazione della famiglia,
ma lei si presentò con il capo "tondito" (rasato),
come "donna di Chiesa" e i familiari non poterono fare
più nulla. La lotta fu molto forte, lo scontro molto intenso.Dopo
qualche giorno Chiara lasciò il Monastero di S. Paolo, ma
non per paura della famiglia, giacchè se ne andò a
S. Angelo in Panzo, un Monastero ancora meno difendibile. Qui esisteva
una comunità di tipo semimonastico, una di quelle esperienze
che si andavano realizzando in quel tempo. La scelta di Chiara non
era dunque dettata da una paura dell' esterno, ma era una scelta
di tipo religioso.
Non le bastava la vita di penitente presso il Monastero benedettino:
Chiara cercava qualcosa di più, qualcosa di diverso. Non
le bastava aver umiliato se stessa, aver assunto una condizione
vile, aver scelto di fare da serviente, le sembrava necessario che
tutta la sua vita, compresa la sua casa e la Chiesa nella quale
pregava il Signore, fosse povera. Ma anche da Sant'Angelo Chiara
si sposta e lo fa quando la raggiunge la sorella Agnese, quando,
cioè, si apriva per Chiara un nuovo orizzonte, che le faceva
pensare di poter dar vita non solo ad una esperienza personale,
ma ad una vera e propria comunità di tipo nuovo. A questo
punto Chiara ottenne da Francesco la piccola Chiesa di S. Damiano
e nacque tra le sue mura di povertà e di essenzialità
l'Ordine delle Sorelle Povere.
Poco dopo che Chiara e Agnese si erano stabilite in S. Damiano
cominciarono ad arrivare altre giovani, desiderose di far parte
di questo nuovo gruppo evangelico, di vivere da "Sorelle Povere",
cioè in comunione fraterna e in piena apertura allo Spirito
del Signore. A Chiara, l'Ordine che sta nascendo in S. Damiano,
appare come "un piccolo gregge, che l'Altissimo Padre ha generato
nella sua santa Chiesa, per mezzo della parola e dell'esempio del
beato padre nostro Francesco, proprio per imitare la povertà
e l'umiltà del suo diletto Figlio e della sua Madre".
Da un punto di vista sociale le Sorelle Povere di S. Damiano sono
delle famiglie più potenti di Assisi e di Perugia: appartengono
infatti alla nobiltà assisiate e perugina, che erano alleate
fra di loro in funzione antipopolare. La presenza di donne della
nobiltà in un movimento originato da un popolare come era
Francesco, costituiva già un segno di una pace sociale, o
meglio della ricerca di un superamento evangelico della realtà
conflittuale cittadina. Seguirono infatti Chiara, oltre alla sorella
Agnese anche la sorella Beatrice, la madre Ortolana, una volta rimasta
vedova, due figlie di una cugina, Balvina ed Amata, la cugina Agnese
Perauda e le amiche Illuminata di Ghislerio, Ginevra di Tebalduccio
e Pacifica di Guelfuccio.
Ben presto si posero problemi di riconoscimento ufficiale della
nuova esperienza. Nel 1215 il Concilio Lateranense IV aveva imposto
a tutte le esperienze religiose di adottare una delle regole già
approvate. A S. Damiano si scelse la regola benedettina e Chiara
fu invitata da Francesco ad assumere il titolo di abbadessa. Non
le piaceva assumere tale titolo: non era soltanto una questione
di umiltà, ma si trattava soprattutto di preservare il carattere
originale della comunità di S. Damiano. Per far questo Chiara
operò una scelta di grande intuito spirituale: mentre accettava
la regola benedettina e accettava quindi il titolo di abbadessa,
presentò al Papa una richiesta straordinaria ed ottenne il
primo documento pontificio di tutta la storia del movimento francescano,
il "privilegio della povertà". Ogni Monastero,
femminile o maschile che fosse, domandava al Papa diversi privilegi
e un Monastero tanto più era importante quanto più
privilegi avesse potuto ottenere. Chiara ottenne dal Papa il privilegio
di non avere nessun privilegio, cioè di non dover essere
obbligata da nessuno ad avere dei beni, a possedere. In seguito
Chiara fece confermare il privilegio della povertà dai Papi
successivi, perchè su questo si fondava l'originalità
dell'esperienza di S. Damiano.
La vita in S. Damiano è infatti l'esperienza della assoluta
povertà, del vivere alla giornata. Dal punto di vista umano
è un'esperienza molto difficile, se si considera che, vivente
ancora Chiara, S. Damiano ospita già cinquanta Sorelle e
che tutte vivono della carità che giunge al Monastero. Si
può comprendere perciò la preoccupazione del Papa
per una forma di povertà così radicale. Ma questa
scelta differenziava S. Damiano da tutte le esperienze precedenti
e contemporanee e Chiara la difese tenacemente: nel 1228, in occasione
della canonizzazione di Francesco, il Papa Gregorio IX andò
a S. Damiano e cercò di convincere Chiara che non si poteva
vivere in una simile precarietà tutta la vita, e che doveva
accettare di prendere almeno qualche possedimento. Siccome vide
che lei era così tenace nel rimanere fedele al suo ideale,
le disse: "Se si tratta di un voto che ti obbliga, io ti posso
sciogliere da questo voto". Chiara però gli rispose:
"Santità, non potrete mai sciogliermi dalla sequela
di Cristo". La povertà quindi per Chiara, come per Francesco,
non è fine a se stessa, ma è per la sequela di Cristo:
la radice è la scelta che ne ha fatto il Figlio di Dio, scelta
dalla quale non si è mai allontanato durante tutta la sua
esistenza terrena.
Ciò che colpisce subito al primo impatto con la personalità
di Chiara è il suo forte temperamento, la sua tenacia, che
la porta a lottare contro ogni ostacolo che le impedisca di percorrere
quella che lei sa dover essere la propria strada. Ma vi è
in lei un armonioso equilibrio di una eccezionale umanità
che le dà forma come donna vera, donna di Dio senza rinnegare
la sua umanità, ma canalizzandola sui sentieri dell'amore
materno-fraterno come tenerezza, attenzione, nutrimento, cura e
sollecitudine.
La femminilità-maternità di Chiara appare dal suo
spirito di servizio con cui compie atti umili e nascosti ad imitazione
di Gesù che lava i piedi ai suoi, nonchè da tante
espressioni ed attenzioni presenti nella regola che lei stessa comporrà
dopo quaranta anni di esperienza di vita comunitaria in S. Damiano
(è da notare che Chiara è la prima donna nella storia
della Chiesa a comporre una regola destinata a delle donne). Tali
norme riguardano le necessità spirituali e corporali delle
singole sorelle e della comunità, per esempio la prescrizione
che nel vestirsi ci si regoli sul bisogno di ciascuna persona, oppure
che si abbia un'attenzione speciale alle sorelle giovani, malate
e deboli anche in senso morale e non solo in senso fisico. Altre
norme invocano il massimo di corresponsabilità con espressioni
ricorrenti come "noi", "nostro", "comune
utilità", "mutua unità nella carità".
Altre ribadiscono la sollecitudine materna della Madre, sorella
tra le sorelle, alla quale si obbedisce per amore e non per timore,
che non mira ad avere privilegi ed è l'ultimo rifugio per
le afflitte; che esige sì silenzio, penitenza, preghiera,
clausura, povertà, ma sempre con la moderazione dovuta alle
persone concrete. Fare conoscenza con Chiara significa dunque incrociarla
nelle occupazioni quotidiane, alla portata di tutti. Significa guardarla
mentre assiste le Sorelle ammalate, vederla alzarsi di notte per
andare a coprire le sue Sorelle; significa capire che la vita ordinaria
è il terreno in cui la sua vita si inserisce nel mistero
stesso di Dio.
Le dimensioni della tenerezza di Chiara si riscontrano anche nelle
quattro lettere a S. Agnese di Praga, scritte fra il 1234 e il 1253.
Il linguaggio col quale confida ad Agnese, pricipessa di Boemia
che ha rinunciato alla sua condizione per abbracciare la forma di
vita di Chiara, le sue esperienze di vita intensamente cristiana
perchè ne tragga stimolo a non diminuire la corsa sulla via
della consacrazione allo Sposo, ha il tono della freschezza e della
immediatezza. Sono lettere di una donna ad una donna, di un'amica
ad un'amica, condite di garbo femminile e di profondità teologica.
E' il linguaggio dell'esperienza che la dottrina illumina ma non
attenua, arricchite di immagini che ne rendono accattivante il contenuto.
Accennando alla forza dell'amore Chiara scrive
ad Agnese con parole leggere come la sua anima: "Con rapida
corsa, con passo leggero, procedi senza sostare, perchè la
polvere non abbia a posarsi su di te". E' il peso del tempo
che viene trasfigurato in tappa verso l'eternità.
Essere come Cristo, re e povero ad un tempo, è quanto Chiara
propone ad Agnese e a tutte le sue figlie, perchè niente
abbia ad incrinare quella povertà che è la faccia
nascosta della regalità. Nelle Lettere ad Agnese vi è
insomma, il cammino spirituale di Chiara, ciò che riempiva
la sua esistenza apparentemente immersa nella mera quotidianità
di quarantadue anni (ventinove dei quali in stato di infermità)
vissuti nel nascondimento di un chiostro.
Pochi e rari sono gli attimi memorabili, diversi rispetto al vivere
quotidiano: la lotta per ottenere e difendere il privilegio della
povertà; la sosta di Francesco presso S. Damiano circa due
anni prima della morte; la partenza della sorella Agnese per fondare
una nuova comunità a Firenze; la morte di Francesco e il
passaggio del corteo funebre per S. Damiano; l'assalto al Monastero
di milizie sbandate di Saraceni al seguito dell'esercito imperiale
e l'assedio posto alla città di Assisi; la visita del cardinale
Rainaldo e, poco prima della morte, quella del pontefice Innocenzo
IV. Si narra anche dei miracoli compiuti da Chiara, ma anche qui
è interessante notare come la maggior parte di essi siano
diretti verso le Sorelle stesse e alla gente che accorreva a S.
Damiano per ottenere un aiuto ed un conforto.
Per tutti Chiara ha una parola di speranza, perchè è
donna di ascolto della Parola, di un ascolto amoroso che porta sempre
in sé l'urgenza del donarsi, del trasmettere la vita ricevuta,
sulle orme di Maria che in fretta raggiunge la cugina Elisabetta,
indossa il grembiule del servizio e permette che la Parola cominci
a farsi carne nella storia di ogni giorno.
La vita di Chiara rifulse come la luce e per questo Chiara venne
chiamata dai suoi contemporanei "Donna nuova". Il 9 agosto
1253 Chiara aveva ricevuto l'approvazione della regola che voleva
per sé e per le sue Sorelle per sempre: l'altissima povertà,
la comunione fraterna, il legame con i Fratelli del I Ordine erano
i punti fermi per i quali aveva lottato tutta la vita e che ora
vedeva fissati per sempre dalla Madre Chiesa.
Due giorni dopo, l'11 agosto, quasi che Chiara sentisse di aver
assolto tutti i suoi compiti muore circondata dalle sue Sorelle
e con in cuore e sulle labbra una parola che ci dona il tono di
tutta la sua vita: raccogliendo tutti i suoi giorni vissuti, come
in un palmo di mano, ci ripeterà sopra quelle parole che
Dio aveva pronunciato all'alba della creazione: "Tutto questo
è buono", e lo dice con: "Benedetto sii tu, Signore,
che mi hai creata". E' la somma di tanti passi compiuti ogni
giorno per "rinascere dall'alto", ridiventare creatura,
figlia piena di gratitudine verso il Padre. Per questi passi arrivò
a "gridare Abbà", a sentirsi guardata e custodita
dal Padre delle misericordie, come da una mamma che avvolge di tenerezza
il suo piccolino: "Va' secura -dice Chiara morente a se stessa-
perchè hai buona scorta nel viaggio. Va' perchè Colui
che t'ha creata, ti ha santificata e sempre guardandoti come una
madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore".
Le rondini sembravano impazzite nel vespro sereno, sopra il povero
Chiostro di S. Damiano e "passò da questa vita al Signore
madonna Chiara, veramente chiara, senza macula, alla clarità
de la eterna luce".
La breccia aperta sull'eternità si fa strada: Chiara è
col suo Signore, amato e cercato per tutta la vita.
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